“My name is Majd, I’d like you introduce me as Palestine girl, not from PaLestine Authority”.
Majd si presenta così al seminario promosso da Nadav e il comune di Telaviv. Eravamo in molti, da ogni parte d’europa con un tesserino appeso al petto con il nome e il paese di provenienza. A Majd non era stato concesso di avere un cartoncino con scritto Palestina, ma Autorità Palestinese.
Il suo nome in Italiano è Maddalena, me lo ha spiegato lei perchè non sono mai riuscito a pronunciare correttamente il suo nome. Per gli amici poi diventa “Bastarda”, perchè è una delle poche parole che conosce in italiano e lo dice a chiunque italiano incontri, dopo aver raggiunto un po’ di confidenza. Maddalena è una ragazzina di 23 o 24 anni, occhi vispi, capelli nerissimi e lisci, vestita sempre da teenager, sempre sorridente e pronta ad intraprendere ogni discussione di qualsiasi argomento tratti. Ed ogni frase è sempre detta con una grande enfasi e precisione. Preparata su qualsiasi cosa, impareggiabile sugli argomenti storici e politici. Laureata non so bene dove in Palestina, poi alcuni approfondimenti ulteriori in Giordania e in Europa, discute passionalmente con chiunque si trovi di fronte, dal ragazzino al politicante israeliano, con la stessa passionalità e la stessa precisione. I suoi genitori abitavano a Jaffa, ma sono stati cacciati dagli israeliani e si sono rifugiati a Gerusalemme dove lei è nata. Di nuovo sono stati cacciati e ora Maddalena vive a Betlemme. Non so bene che fine abbiano fatto i suoi genitori, non ne parla, lei vive in una casetta nella parte vecchia di Betlemme che condivide con una cooperante Italiana: Sara. Gli unici suoi parenti vivono ancora (anche se non si sa per quanto) a Gerusalemme, e lei vivendo al di là del muro costruito da israele, ovviamente non può mai incontrarli. Lavora ad Hebron, cittadina che meriterebbe una descrizione tutta particolare per la tragica importanza che ha nel conflitto israeliano. Ma non sono in grado di farlo, troppo poco tempo e troppe poche persone incontrate perchè io possa avere un pensiero limpido da impressioni di parte.
Arriviamo a Betlemme nel tardo pomeriggio, Maddalena ci aveva invitato a trascorre gli ultimi due giorni di viaggio nei “territori”. Bhe a dire il vero Camilla ed io ci siamo palesemente auto-invitati a casa sua. Appena arrivati in Palestina tutto il paesaggio, i colori, i rumori, i sapori erano diversi dall’americanizzata Israele. Eppure siamo ad appena mezz’ora di macchina, e un muro alto nove metri, da Gerusalemme. Betlemme è come te la puoi immaginare nei racconti biblici sul natale. Una cittadina in mezzo alle colline, tutta fatta di pietra, con viuzze strette e la gente in mezzo alla strada o che si parla da un balcone all’altro. La casa di Maddalena è proprio in una di queste viuzze, dove una macchina, se è troppo grande, fa fatica a passare. Si entra da un arco di pietra, per poi salire due rampe di scale all’aperto e trovarsi di fronte all’ingresso. Tutto fatto di pietra, quella particolare pietra di quella terra, che con la luce del tramonto assume un colore giallo ocra che tranquillizza l’anima.
Maddalena ha perso le chiavi di casa. Rimaniamo fuori, seduti sul terrazzino ad aspettare Sara che torni. Ci sediamo per terra, sgranocchiamo qualcosa rimasto nello zaino, una sigaretta. Dopo pochi minuti siamo circondati dai ragazzini del vicinato, i soliti saluti e sorrisi, e dai più piccoli la classica prima frase in Inglese imparata a scuola “what’s your name”. Il tempo passa veloce, arriva Sara, e ci fa entrare. La casa è difficile da descrivere, a parte la cucina che è la parte nuova costruita “nell’era moderna”, il resto è una grande “grotta”, ricavata all’interno della collina. Molto calda ed accogliente, i muri ricoperti di manifesti contro la violenza, i sopprusi ecc. La zona notte di Maddalena delimitata da una bandiera italiana con disegnato Handala. Non rimaniamo molto, usciamo e camminiamo per le viette fino a raggiungere la basilica della natività. Maddalena ci teneva a farcela vedere…l’abbiamo vista. L’unica cosa che rilevante di questo è che la sacra chiesa è l’unica zona visitata dai turisti/pellegrini nei territori occupati. Arrivano con il pulman, pochi porblemi al checkpoint, vengono scaricati davanti alla basilica e acompagnati nella via dei negozietti e poi ricaricati e portati al di là del muro. Non gli viene fatta vedere la realtà di un luogo sotto occupazione israeliana. Che non gli venga disturbata la coscienza mentre visitano il luogo dove è nato il signore.
Camminiamo per un po’ lungo questi vicoli di pietra. Di pietra le strade, le case, le scale. Con i lampioni delle sera è tutto un colore giallo intenso. Incontriamo una signora anziana seduta fuorti dai suoi due negozietti. In realtà è uno solo, ma ha due entrate divise da un muro, quello di sinistra è un piccolo alimentari per gli abitanti del quartiere, quello di destra è un piccolo negozio di prodotti artigianali per gli eventuali turisti. Ci invita ad entrare. Camilla ovviamente non se lo fa ripetere più volte. Io entro velocemente, più per cortesia alla signora che per voglia, e me ne esco a giocare con la macchina fotografica e la luce particolare di quelle vie. Dopo pochi secondi esce le signora e mi chiede se le guardo l’altro negozietto di alimentari finchè lei segue Camilla nell’altro. Un po’ basito rispondo di sì, che sarebbe stato un piacere. Certo la differenza si nota rispetto all’altra parte del muro. L’accoglienza, la semplicità e la fiducia di queste persone a volte di lasciano senza parole. Mi siedo sulla sua seggiolina di plastica rossa di fronte al suo negozio come se ne fossi il proprietario. Dall’altra parte della strada, una signora molto anziana fuori dalla porta di casa mi dice qualcosa ma faccio fatica a capirla. Intuisce la mia difficoltà, mi lancia un sorriso e se ne va per la sua strada.
Siamo invitati a cena in un “baretto che fa un po’ di tutto”, dove lavora un amico di Maddalena. Noi siamo amici di Maddalena e quindi siamo amici di tutti i suoi amici. Un po’ come accadeva in Libano. Dopo non molto il tavolo in cui eravamo solo in tre cominicia ad affolarsi, di amici palestinesi e cooperanti internazionali. L’atmosfera si fa molto allegra. Ci si accorda per andare a ballare in un locale che purtroppo troviamo chiuso. Un giro di telefonate e ci si incontra tutti in un localino proprio sotto casa di Maddalena. Un locale semplice, tutto di pietra, con dei tavolini all’aperto. E’ tardi, non ci sono più clienti, ci sono solo amici. Due tavolate di persone sempre sorridenti e scherzose. Sto bene con loro, mi hanno accolto dal primo momento senza timore o “imbarazzo dello straniero”. Scherzano con me come scherzano tra loro, e bicchiere dopo bicchiere le risate sono sempre più vivaci. Arrivati a un certo punto, una ragazza danese che stava seduta vicino a me mi dice che era arrivato il momento dello sport nazionale della notte. Non capisco, ma sono curioso. Mi hanno accennato solo che era un qualcosa legato alle uova. Usciamo dal localino, saliamo sulle macchine, costeggiamo per un po’ l’orrendo muro dell’apartheid e arriviamo in una piazzetta sopra una collina. Scendiamo ed entriamo in un panificio. Una stanza ricavata tra le pietre con un forno da dove esce un profumo di pane che non può non farti venir voglia di mangiare. Per terra vicino al forno c’è una cassettina con della cenere. Il ragazzo incontrato nel primo bar ci mette le mani dentro e ne tira fuori qualche uova sodo. Compriamo il pane ed andiamo a sederci sul muretto della piazza. Il gioco consiste nel rompere le uova sulla fronte di qualcuno prima di mangiarle. Ovviamente la persona presa di mira era la ragazza danese. Una 20enne biodissima con gli occhi azzurri non fa certo poco effetto nella cittadina araba. Dopo un paio di minuti di risate e bozze sulla fronte ci si siede tranquilli, si mette lo za’tar nel pane e lo si mangia con le uova. Da noi ci sono i barracuda, con il panino salsiccia, peperoni, cipolla e senape alle 5 di mattina. Qui è un po’ più genuino ma il concetto è lo stesso.
Ci svegliamo la mattina, ancora un po’ storditi e ci avviamo verso Hebron per incontrare l’associazione MedHebron, per cercare di instaurare una collaborazione con il nostro progetto nei paesi del mediterraneo. Viaggiamo in questo taxi giallo sgangherato in mezzo alle colline e Maddalena come sempre ci fa da cicerone, illustrandoci la bellezza della sua terra e le nefandezze degli israeliani e dei settlers.
Una visita ad Hebron, la ricerca di un posto dove poter pranzare durante il ramadham, i saluti e gli abbracci con persone che resteranno sempre nel mio cuori e torniamo verso Telaviv.
Mi soffermerò nei prossimi post su cosa realmente succede in questi luoghi occupati, in queste righe volevo solo cercare di far emerge la parte umana di persone che seppur costrette a subire ogni tipo di angheria, riescono ad accoglierti con un sorriso, a condividere con te anche l’unico pezzo di pane rimasto, a farti sentire amico solo per il semplice motivo che in quel momento condividi un tavolo con loro.
Nella convinzione comune gli arabi sono sempre descritti come persone rozze, chiuse mentalmente, poco accoglienti, restie alle persone diverse da loro. Non nego che non ci siano anche questi, ma in tutti i paesi arabi che ho visitato le persone che ho incontrato mi hanno sempre accolto come uno di loro, una parte della loro famiglia. E anche a mesi di distanza spesso mi scrivono anche solo per chiedermi come sto. Khalil mi scrive quasi tutti i giorni. Non è la religione la differenza, ma la mentalità che anche noi in Italia una volta avevamo. Ora forse soffocata da un individualismo accecante.
“We were all together one body. The one who see us will say how united is the world, this is the real globalization, yes that’s what we are all looking for. All the nationalities together in one place”
Majd

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