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something from … una zingarata

Novembre 11, 2008 · Lascia un Commento

 

zingarata

 

Nel film di Monicelli la zingarata era l’occasionale e ripetitiva impresa di cinque uomini, tartassati dalla normalità e dalla vita disgraziata, che per qualche giorno sfogavano la propria animalità vagabondando per i paesini della toscana scherzando e sbeffeggiando le malaugurate persone che incontravano. Una sorta di rivalsa dalle oppressioni della società moderna.Nella parte di vagabondaggio del termine, le zingarate abbiamo cominciato a farle non appena compiuti 18 anni, non appena avuta la possibilità di avere un mezzo di trasporto che ci desse una parvenza di anarchica libertà. Col passare del tempo, come nei film successivi, le persone si sono perse per strada, o forse adagiate nel normale vivere. L’ultima zingarata è stata “sfortunatamente” solitaria. Fosse anche per il motivo che Marco a differenza del “Necchi” non è ancora sposato e il bar non lo può mollare all’ultimo minuto come avrei voluto. Quattro amici incontrati per caso una mattina. Andrea che mi sveglia alle 9 di sabato. Con ancora evidenti i sintomi della mia sbornia della sera prima, in un quarto d’ora sono pronto per partire. Andiamo a vedere la partita di rugby. Non usciamo nemmeno dal paese che già abbiamo salutato la fidata barista con il primo bicchiere di vino. La mattinata trascorre così, tra bicchieri di vino e lattine di birra. Il pomeriggio non trascorre diversamente. Solo i sorrisi aumentano di intensità e i discorsi senza senso su pseudo relazioni di coppia. Mai parlare di donne da ubriachi. Appena dopo il tramonto si cerca di organizzare la serata, andiamo di qua, andiamo di là, alla fine tutti se ne tornano a casa barcollando. Rimango da solo nel parcheggio con una birra in mano e il casco nell’altra, con la paura di infilarlo in testa per non schiacciarla dai troppi pensieri. E’ così che nascono le zingarate, senza motivo, si accendono come una scintilla che scatena un incendio che non puoi fermare. Poco importa se stasera l’incendio lo devo domare da solo. Zingarata sia.

 

STORIA DI UNA ZINGARATA

 

Getto la bottiglia che si sfracella in mille pezzettini a terra. L’ultima boccata della sigaretta e infilo il casco. La moto si accende quasi entusiasta, quasi conscia che la notte sarà lunga, forse interessante. E’ il momento più bello, quandi parti senza meta, senza pensieri, senza freni, quando ti sembra di comandare il mondo. Una frazione di secondo in cui ti senti veramente libero e capace di dominare il mondo intero. E’ già buio e la moto sfreccia sulla strada, insofferente dei divieti e dei limiti. I pensieri vagano veloci, ma non più veloci delle route che corrono sulla strada, sembra quasi che vogliano rincorrermi, ma è impossibile prendermi ormai.

Non me ne accorgo nemmeno e sono già arrivato a Bologna. Mi fermo nel centro di questa meravigliosa città sempre sveglia. Per le viette all’interno delle mura mi soffermo a guardare la gente. Mi fermo per un bicchiere e quattro chiacchere con alcuni ragazzi seduti sul marciapiede.

 

<<Ma non hai freddo con quella moto questa sera? Dove stai andando?>>

<<Non lo so, lunedì è lontano, da qualche parte arriverò>>

 

Le risate si sprecano, altre persone con le bottiglie in mano si aggregano alla combricola improvvisata. Ma non rimango molto, la zingarata non prevede soste troppo lunghe. Accendo la moto, nella piccola via il rimbombo del motore agita i muri, gli amici appena conosciuti cercano di aizzarmi ad impennare, ma non ho più l’incoscenza dei vent’anni, mi limito ad una sgasata che avrà sicuramente svegliato tutto il quartiere ed esco dalla città.

Lo stare seduto su un marciapiede mi ha fatto venir voglia di compagnia, e prima di entrare in tangenziale prendo il cellulare dallo zaino. Fatalità ci trovo anche una bottiglia di birra. Mi siedo su quella strada buia di periferia, illuminata solo dalla brace della mia sigaretta e dal chiarore della luna quasi piena. Una ricerca veloce sul telefono, so già dove andare.

 

<<Ciao bello!!!!! Come stai???>>

<<Potrebbe andare un po’ meglio, tu come stai?>>

<<Bene!! Che bello sentirti, quando vieni a trovarmi?>>

<<Vengo stasera per cena. A mezzanotte sono da te>>

<<Va bene, preparo qualcosa….ma dove sei ora?>>

<<Sono a Bologna>>

<<E come fai ad essere qui a mezzanotte?>>

<<….non ti preoccupare conosco una strada..>>

<<Sei il solito cretino! Dai ti aspetto. Mi raccomando fai presto e vai piano>>

 

Fai presto e vai piano….me la diceva sempre mia madre questa frase. In trent’anni non ho mai saputo come interpretarne il significato.

Le macchine che mi scorrono davanti veloci, l’ultima sigaretta e mi metto in strada anch’io.

Mi rendo conto dopo poco che la tangenziale e l’austrada sarebbero troppo noisose per questo viaggio. Infilo le cuffie sotto il casco e cambio direzione. A Cesena lascio questa autostrada di frustrati e mi infilo nella strada che attraversa gli appennini fino a Roma. L’avvilimento finisce appena esco dal casello. Alzo il volume dell’mp3 e corro tra le curve della E45.

La strada è completamente buia, tutto attorno le montagne, il cielo sereno, quasi mi dà fastidio il faro della moto che ruba un po’ di luce al tenue chiarore della luna.

Mi fermo quasi subito, nella prima stazione di servizio. Dietro il bancone la stessa barista conosciuta nell’ultimo viaggio a Roma, che ovviamente non si può ricordare di me, ma mi regala la stessa simpatia dell’ultima volta. Una birra la bevo con lei, altre due finiscono nello zaino e riparto.

Sarà il buio, le montagne, gli innumerevoli bicchieri, ma in questo momento i pensieri sono persi, tutte le tensioni, le inquietudini e le sofferenza rimaste indietro, come se non riuscissero a star dietro alla mia moto. Dimentico finalmente di tutto e di tutti. Mi fermo solo di tanto in tanto, nel ciglio della strada. Un sorso dalla bottiglia, una sigaretta e poche righe sconnesse su questo mio quaderno, pronto a ripartire prima che i pensieri da dietro mi raggiungano.

In quei momenti mi torna in mente la solita immagine. In questa parte d’Italia, attraversando le valli degli appennini, ogni tanto intravedi le luci sparse di qualche paesino sul dorso della montagna. Sembra come se il grande creatore le avesse distribuite a manciate come fa il contadino durante la semina.

Correndo in moto questa immagina viene travisata, e la velocità confonde le luci dei paesi con le stelle del cielo.

Veloce, sempre più veloce, le luci diventano linee, la strada sembra restringersi, le macchine che sorpasso sembrano parcheggiate. L’alcol nella testa e la musica che rimbomba nelle orecchie. Sex Pistol, The Clash, memore di tempi balordi passati e forse non mai attuali come ora. Mi sto estraneando da tutto. Lontano da qualsiasi cosa. L’ultima sosta è solo per mezza birra, una sigaretta e un messaggio ad un amica lontana. Eccitato nel ripercorrere e rivivere quell’adrenalina. Non sento nemmeno più il male alla spalla che mi tormenta da giorni, sono certo che sto ridendo come un pazzo dentro il casco. Qualcuno mi critica per questi miei eccessi, ma ora sinceramente non m’importa. Fanno parte di quei pensieri che cercano inutilmente di raggiungermi. Ho sempre vissuto nell’eccesso. Le ultime e uniche due volte che ho provato a fare diversamente ho avuto il solo risultato di soffrire. Non mi adagio a questa vita. Non importa vivere fino ad 80 anni. Me ne basta ancora qualcuno, vissuto come dico io. Certo con tutti gli eccessi. Che serve vivere senza eccessi? Per sembrare normale? O per vivere qualche mese in più a 70 anni? E magari in quei mesi piove pure!

E’ una frase di un amico di mio padre che non ho mai scordato. Un uomo che però ha rinunciato ai suoi eccessi. E sta soffrendo.   

Mi accorgo all’ultimo minuto di essere arrivato a San Sepolcro. Un borgo medioevale in mezzo alle valli Umbre del quale mi sono innamorato sin dalla prima volta che ci sono entrato. La moto sborbotta in quelle piccole vie, rimbombando in quell’ora tarda in mezzo alla tranquillità di quel paesino. Mi fermo nella solita enoteca. Mi versano il vino, ma questa volta impiegano un pò a sciogliersi nei soliti divertenti discorsi dei piccoli boghi. Forse un po’ restii a questo tipo con il casco in mano che turba la loro quiete. Il dialogo è un po’ freddo e forzato, me ne vado quasi subito per fermarmi poco più avanti a Madonnuccia. Un paese con un nome, ma dove non ci sono case, che domina su un piccolo laghetto, illuminato questa sera dalla luna. Qui nessun pensiero, inquietudine o turbamento mi può raggiungere. Me ne rimango per un pò, finchè le birre sono finite. Ne lascio mezza. Che non si sa mai.

Da lì fino a Roma è tutto un momento arso di pensieri. Solo la musica sotto il casco, e tante luci che mi sfrecciano attorno. Non mi accorgo nemmeno di essere arrivato nella città eterna. Entro nella prima periferia, mi avvicino al quartiere di piazza Bologna. Spengo la moto. Sono arrivato. Tutto è silenzioso, nessuno per strada, solo le luci giallastre dei lampioni in lontananza, e quell’aria che sa di….. non so cosa, di quel qualcosa di particolare e diverso che distingue ogni città del mondo.

Mi siedo sul marciapiede per un momento prima di suonare il citofono. Apro l’ultima mezza birra e accendo la sigaretta. Nel prendere l’accendino mi ritrovo in mano il cellulare. Mille telefonate perse.

 

<<Ma si può sapere che fine hai fatto? Sono ore che ti cerco>>

<<Scusa avevo la radio alta e non ho sentito. Ma sono quasi puntuale, è mezzanotte e un quarto. Ho appena spento la moto sotto casa tua, se mi apri il portone la porto dentro che non la vorrei lasciare fuori>>

<<Ma che c’entra la musia alta con la moto… ma di che moto stai parlando??>>

<<Lascia perdere, è una storia che non ti ho ancora raccontato>>

<<Sei il solito cretino!..>>

 

Il tono non era dei più carini. Se si apre il portone so dove parcheggiare la compagna di viaggio ed eventualmente dove coricarmi. Mi dò il tempo di una sigaretta, poi non ci avrei più pensato.

Il lampeggiante giallo si accende, entro, metto la moto in un angolo sotto il portico e salgo le scale.

Mi acccogle un abbraccio sincero. Le labbra calde sulla mia pelle gelata sono una sensazione che mi pervade fino alle dita dei piedi. Si riaccende quella sensazione di tranquillità e di gioia di vivere. L’unica che probabilmente vale la pena soffrire fino a 80 anni.

In casa c’è profumo di cena. Bucatini con sugo di polipo. Deve aver impiegato tutta la sera per prepararlo. Apre la prima bottiglia di vino. Quella bottiglia tenuta in cantina per la grandi occasioni. Parliamo di tante cose, in modo profondo e sincero. Tranne di quelle cose che mi inquietano, che tanto sa che se sono qui è perchè o sto benissimo o perchè sto malissimo. E questa volta è palese che non è la prima. E sa benissimo che sarò io a parlarne, sa che se mi chiede qualcosa mi chiuderei come un riccio. Parliamo senza sosta tutta la notte, di qualsiasi cosa, di qualsiasi novità. Quei discorsi sinceri e profondi, senza la paura di essere criticati inutilmente, ma senza temere di dare uno schiaffo meritato. Certi di essere compresi, coscienti fino a prima di vedersi che avremo litigato. E che ne saremo stati contenti. E ancora più vicini. Dopo la terza bottiglia di vino inevitabilmente i discorsi finiscono sulla politica, l’etica morale e sociale, con la solita frase scontata e lapidaria

 

<<Sei il solito cocciuto idealista…….. dai andiamo a letto stupido…>>

 

Il mattino che arriva presto viene svegliato dallo squillo di un telefono. Il modo peggiore per riportare i pensieri dai sogni alla realtà. Caffè, sigaretta e il sapore dolciastro della prima birra che cerca di confondere quello del dentrificio. Lascio una tazzina di caffè caldo sul tavolo, infilo il giubbotto e il casco.

 

<<Dove vai ora?>>

<<Al mare>>

<<Guarda che mia zia ha appena chiamato e ci aspetta per pranzo>>

<<Ecco appunto! Non è il caso che mi veda in queste condizioni. Un po’ d’aria fresca mi farà bene>>

<<..Sei il solito cretino>>

 

Sono anni che sua zia vuole conoscermi. Forse perchè ha sentito fin troppo parlare di me. E questa volta ha usato la sua arma migliore. Cuoca di un famoso albergo di Roma chissà cosa sta combinando nella sua cucina.

La giornata è bellissima. Il sole splende ovunque, e lascia un colore giallo intenso sui muri delle case. Tutto è più lento di ieri notte. Tutto più fermo, più pacifico. Il raccordo anulare che ieri sembrava la pista dove correvo anni fa ora sembra un lungo tappeto da passeggio. Esco dalla città e cominciano a intravedersi le prime macchie di verde, le macchine sempre più rade, tutto sempre più fermo. E’ quasi per contrastare tutto questo che spingo sull’accelleratore, forse per ritrovare l’anarchica libertà della notte precedente.

Arrivo fino alla spiaggia di Passo Oscuro. Una di quelle spiagge senza strutture balneari, le spiagge popolari, dove la gente comune passa la domenica con la famiglia. Lascio il casco e il giubbotto sulla moto, e comincio ad affondare i piedi sulla sabbia, fino a dove il mare comincia a bagnare la spiaggia. Tutto è deserto, non c’è nessuno, solo un lucente sole davanti a me, di fronte alla maestosità del mare, e quattro barboni alle mie spalle, in fondo alla spiaggia, con l’immancabile scatola di Castellino.

Mi tolgo le scarpe, e metto i piedi nell’acqua. Limpida che si vede il fondo. Non succede mai d’estate di vederla così limpida, il mare sempre mosso non lo rende possibile. Una leggera brezza fredda mi avvolge tutto. L’acqua è fredda, ma so già che la tentazione è troppo forte. Mi tolgo la felpa e i pantaloni e rimasto in mutande mi tuffo nel mare. Dopo qualche secondo di tensione mi sento bene lì dentro. Partecipe di una gradezza quale è il mare.

Esco rinato dopo una breve nuotata, raccolgo i vestiti e li ripongo sulla moto, proprio dietro ai barboni, aspettando di asciugarmi un po’.

Uno dei quattro mi vede tremante e mi porge sorridendo un bicchiere di vino. Ho sempre pensato che fosse un vino pessimo il Castellino ma non avrei mai creduto fosse così osceno. Sarà la loro compagnia ma lo bevo comunque volentieri, e i con i quattro si cominica a parlare delle cose più idiote. Non mi accorgo nemmeno che dovrei essere imbarazzato, tutto bagnato e in mutande davanti a loro, con un bicchiere di vino in mano. C’è anche una donna con loro. Il più anziano forse nota una frazione del mio sguardo e mi dice di non preoccuparmi

<<Qui sei tra amici>>

Ho sempre pensato che le persone più semplici sono anche le più sincere e le più accoglienti. Quell’ora passata con loro seduto su uno scoglio a condividere un litro del più pessimo dei vini vale più di una delle migliori serate milanesi.

Mezzo asciutto e infreddolito faccio fatica ad infilare i vestiti che si appiccicano alla pelle. Appena accesa la moto i quattro nuovi amici si animano e mi fanno inconfondibili gesti per chiedere una stravaganza. E questa volta vada a farsi fottere anche la coscieziosità raggiunta a 30 anni!

 

Rientro a casa per una doccia e mi accoglie un sorriso. Sincero e tranquillo. Ci fermiamo a parlare per un pò sul tavolo della cucina davanti all’ennesimo caffè. Parole sincere, affettuosi scambi di stima reciproca. La luce del sole entra da dietro le sue spalle e tutto acquista una dimensione diversa. Mi esimo dalle faccende domenistiche e mi prodigo nella cura delle piante sul terrazzo. La musica dalla cucina, il tranquillo canticchiare dal lavabo, mi sento in una lontana realtà.

 

Arriviamo poco dopo nel maestoso terrazzo della casa della zia. Conquistato con anni di sudore e sacrifici. Ci accoglie all’ingresso sua cugina che subito si ricorda della notte trascorsa assieme a San Lorenzo e se ne torna poco dopo con due bicchieri di prosecco. La zia mi accoglie con un gran sorriso, quasi emozionata di incontrarmi. La classica donna romana di 60 anni, con i fianchi larghi e le tette enormi. Sempre con il sorriso stampato in viso e la battuta pronta. Indaffarata tra i fornelli, continua a portare in tavola le portate di un pranzo di pesce che nemmeno nei migliori ristoranti di Milano. Il pranzo cominicia alle due del pomeriggio e alle cinque siamo ancora seduti tra bicchieri di vino e risate. Una parentesi di vita tranquilla tanto sognata ed agognata. Non ho ancora cominciato a pensare al mio viaggio di ritorno.

La fantastica zia ci convince ad andare ad una festa in una cantina da suoi conoscenti fuori Roma. Ovviamente non è nemmeno lontanamente concepito un mio accenno di rifiuto. Scelgo di non andare in moto, che portare un’altra persona potrebbe essere troppo pericoloso. Andiamo in macchina con la vecchia zia… era meglio se andavamo in moto!

La serata passa veloce tra bambini che corrono ovunque e i il vino che sgorga da tutte le parti. 2 euro il primo bicchiere, gli altri non si pagano. Per me significa la fine. Per fortuna il vino che offrono non è dei migliori e non ispira grandi bevute. Non fosse per la zia. Che probabilmente per il suo vecchio lavoro conosce i proprietari della cantina e se ne esce con due bottiglie da favola. Ecco la mia fine!

 

Mi avvio verso casa. Ancora con la notte buia, ma senza la voglia di riscatto della sera prima. Esco dalla città più bella del mondo tranquillo, con le inquietudini che ormai mi hanno trovato e raggiunto. Sembro succube di questa tristezza e cerco di dare una svolta. Mi lancio sparato fino ad Orvieto. Ricordavo quella città, tranquilla e silenziosa di giorno. Di notte è un cimitero. Attraverso la città silenziosamente e quasi incazzato mi proietto verso Firenze. In quell’autostrada ci sono un’infinità di autovelox, per fortuna ho la targa coperta.

Entro a Firenze, una città magica. Mi fermo nell’ultimo bar nel centro che sta chiudendo. L’ultimo grappino,  tanto so già che non mi fermerò più fino a casa, è quasi la fine della zingarata, gli ultimi sbalzi di libertà. Le poche persone all’interno del locale già brille sono un continuo scherzo e non impiego molto ad entrare in sintonia con quell’atmosfera. Non so nemmeno i loro nomi, nemmeno ricordo se se ci siamo presentati, ma in quelle due ore sembravamo amici da una vita. Il bello di questi momenti è che sei cosciente che probabilmente non incontrerai mai più queste persone, puoi giocare ad essere suo amico fin da quando eri bambino, o usare la solita indifferenza che “tanto non ti conosco”. Ovviamente la prima scelta lascia momentanee emozioni indimenticabili. Se poi ti capita di incontrare di nuovo queste persone sarà veramente come se le conoscessi da una vita. Vale la pena giocare.

Riparto entusiasta di tutto. Firenze, Bardonecchia, Roncobilaccio, mi fermo solo a Bologna, per mettere le cuffie con la musica di Guccini. Pochi momenti di utopia per riaccendere vecchi e nuovi ideali, per provare un po’ di nostalgia, fino a non sentirne la sofferenza. Prima della frustrata autostrada cambio musica, Faith no more, No Doubt, Depeche mode, adrenalina, rabbia nel sangue e nella mente. Tante, troppe macchine in quelle sei corsie, la moto corre sempre più veloce, stavolta incapace di perdersi dietro i pensieri. Le luci bianche e rosse delle macchine sembrano tanti coriandoli, sparati in mezzo a questa notte di luna piena. Nessuno bada a me in questo momento, io non bado a nessuno, estraneo a tutto quello che mi circonda.

L’ultimo sbuffo della moto stanca nel box di casa, il dolore alla spalla che si fa risentire, i pensieri inquieti che mi hanno subito raggiunto, o forse erano semplicemente qui ad aspettarmi.

Già arrivano le prime ore di questo odioso lunedì. Caffè, barba, doccia, camicia pulita. Raccolgo dallo zaino le sigarette e il cellulare. Mille telefonate.

 

<<Ma dove cazzo sei finito? Mi hai fatto passare una notte di merda!!>>

<<Scusa, ero troppo stanco e mi sono addormentato mentre ti stavo scrivendo che ero arrivato>>

<<Sei il solito cretino! ! !  ……. ti voglio bene, fatti sentire presto>>

 

Il pc in spalla, le chiavi della macchina in mano. Che dopo la zingarata, come il “Perozzi”, l’impiegato sfigato torna alle tristi inquietudini della società quotidiana. Finchè non decide di andarsene.

 

“Io son sempre lo stesso. Sempre diverso. Cerco le notti ed il fiasco. Se muoio rinasco. Finchè non finirà”

Francesco Guccini

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